Testimonianza Luigina De Santis

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Di seguito la testimonianza di Luigina De Santis che ha usufruito del servizio di Assistenza Psicologica dell’ AIL di Benevento.

«NON BUTTIAMOCI GIU’» di Luigina De Santis

Quando penso al gruppo AIL puntualmente mi viene in mente il libro di Nick Hornby, dal quale è stato tratto il film nelle sale quest’inverno. Nel romanzo quattro sconosciuti – Martin, presentatore televisivo dalla reputazione distrutta, Maureen, madre di un disabile, Jess, figlia ribelle delusa per amore e JJ, disk jockei fallito – si ritrovano la notte di Capodanno sul tetto di un palazzo di Londra, sul punto di suicidarsi, ma decidono di darsi un altro anno di tempo durante il quale, confrontandosi e scontrandosi, riescono a trovare le ragioni di vivere. Il disagio esistenziale è il movente del loro cercarsi ed è raccontato con leggerezza, sfruttando le differenze stridenti dei quattro protagonisti per dar vita a paradossi esilaranti.

maniAnche noi del gruppo siamo quattro e con storie personali molto diverse, ma il legame che ci unisce è ben più forte: è autentica “simpatia” nel senso etimologico di “patimento condiviso”. Ha nomi precisi – leucemia e mieloma, le malattie contro le quali combattiamo – ed è rafforzato dalla voglia di lottare e dal desiderio, che è anche bisogno, di confrontare le nostre strategie.

Io sono quella con la storia più recente: solo un anno fa la diagnosi di mieloma multiplo. Ma ho scoperto presto la difficoltà di parlare del mio male: quel muro di paura e di impotenza, di pietà e di iperprotezione, che si innalza tra i “sani” e i “malati”. Ed anche la “fifa” che attanaglia di fronte a sintomi sconosciuti rispetto ai quali non si ha pronta alcuna tattica di reazione. In definitiva, la difficoltà di rapportarsi alla malattia e di imparare a convivere con i suoi limiti senza farne un problema insormontabile, ma soprattutto senza aggrapparsi alla speranza di una guarigione salvifica che possa riportare tutto a “prima” del male.

Parlare con gli altri tre componenti del gruppo – i miei “colleghi di malattia” come mi piace definirli – mi ha fatto capire che “prima” e “dopo” non sono due momenti separati dalla devastazione della malattia, ma due tappe di un percorso di vita che nella continuità deve trovare la sua ragione d’essere e la forza di procedere.

Con cadenza quindicinale, ormai da maggio, ci incontriamo nella sede dell’AIL alla presenza preziosa della psicologa: un’ascoltatrice attenta che tiene a freno le nostre fughe discorsive. Le conversazioni, a volte bizzarre, prendono vie tutte loro, con il racconto di quanto ci succede che si allarga a commentare i fatti del mondo, ma sono costellate da battute e da risate.

Scopriamo così che si può parlare normalmente della malattia, anche con leggerezza, e che, nel confronto, possiamo correggere atteggiamenti che, rispecchiati in altri, ci appaiono in tutta la loro negatività, possiamo rafforzare alcune idee, confermate dall’esperienza altrui, possiamo trovare un altro modo di reagire, forti dell’esempio d’altri. Insomma, arriviamo a supportare con qualche coordinata di riferimento in più il nostro percorso di cura e di crescita di consapevolezza, avvicinandoci a quella saggezza della vita che dovrebbe guidare le esistenze di tutti.

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